Inizio a scrivere pensando a un concetto e finisco parlando di altro.
Ho il Medio cielo in Gemelli: non posso evitare di saltare in orizzontale, verticale e obliquo; di spostarmi attraverso il tempo e lo spazio.
Mi perdo nei miei stessi ragionamenti. Quasi sempre, una volta persi, non li ritrovo nemmeno più.
Spesso si comportano da prepotenti e capita che ne arrivi uno nuovo mentre ancora sto approfondendo quello in corso. È come avere un gruppo di persone che lavora a tanti progetti tutti nella stessa stanza e ti parlano all’unisono ignorando gli altri presenti.
Nel mio caso penso sia anche per il sestile tra Mercurio e Urano e la congiunzione tra Urano e la Luna in terza casa.
A volte mi sento trascinare in salti temporali che non riesco a controllare.
Non solo il mio livello di attenzione spesso è scarso, a volte è inesistente anche quello di interesse per chi ascolto.
Prima della deriva dei social e della superficialità con cui affrontiamo gli argomenti, io ero consapevole di soffrire di sindrome da telecomando. Non esiste, l’ho inventata io.
Una volta si guardavano i programmi solo in diretta, così come i film. Quello era il periodo in cui dovevi prestare attenzione a ciò che trasmettevano perché se non capivi, se ci mettevi troppo a fare la pipì durante la pubblicità o se ti interrompevano, quel pezzo lo avevi perso.
Poi c’è stato Blockbuster e potevi mettere in pausa la videocassetta. Ma mica per sempre o si rovinava la testina.
Con Netflix abbiamo avuto il potere di fare quello che ci pare. Di diventare inconcludenti, di restare superficiali e iniziare a vedere 15 film e non finirne nessuno. Di iniziare una cosa e finirla dopo mesi. E se nel frattempo la tolgono dalla piattaforma, pazienza, ce ne sono altri di film e poi tanto se non lo vedi lì lo puoi vedere altrove.
La possibilità di approfittare di un’opportunità nell’istante in cui la riceviamo, è stata sostituita dalla capacità di raccontarci che tanto di occasioni ne avremo altre. Vivevamo fino all’altro giorno con la certezza che ogni lasciata è persa ma questo concetto è stato sostituito dall’idea che si debba vivere nel presente (detto anche “qui e ora”). Non sono la stessa cosa. Essere presenti e cogliere un’occasione sono due cose diverse. Dovremmo vivere come se tutte le esperienze fossero un concerto imperdibile che non si ripeterà mai e anche vivere consapevoli che per qualche ragione, forse non ci andremo.
So di essere intollerante al disagio di dover ascoltare qualcuno per forza, e che la mia prima reazione sia l’impulso di metterlo in pausa, cambiare canale o andarmene via, invece non posso farlo. A volte mi distraggo perché sono abituata ad avere la possibilità di rivedere una scena e quindi presto poca attenzione a quello che mi viene detto perché penso che tanto poi lo rivedo dopo. Eh, no, è in diretta, se non sto attenta me lo perdo!
Ho inventato la sindrome da telecomando prima che qualcuno inventasse i reel brevi, il deficit di attenzione dovuti ai social e tutte le varie derive causate dall’uso dello smartphone.
Sappiamo che i video su internet sono brevi perché a poca gente interessa approfondire. Io ho anche notato una quantità sconfortante di giovani influencer, o aspiranti tali, che si mangia le parole. Non credo sia attribuibile alla necessità di fare video corti, direi più a un problema di tachilalia. Non capisco quindi se ‘sta gente parli in fretta per accorciare le tempistiche o perché non sa scandire le parole. In ogni caso io non ci capisco un cazzo e mi innervosisco.
Questo problema l’ho notato nei giovani, non negli adulti. Quindi, ipotizzando che sia generazionale, potrebbe essere un disagio espressivo causato proprio dai social?
Resta che, il potere che abbiamo di sospendere e manipolare la percezione del tempo, usando la tecnologia, penso stia modificando le nostre percezioni più di quanto ne siamo attualmente consapevoli.