Guardo The Chosen. Stagione 4, episodio 8.
Per me è tutto nuovo e ho davvero tante domande e non riesco ancora a cogliere tutti i significati simbolici delle storie, quindi mi scuso con chi, leggendo, trovasse ridicoli o inadeguati i miei ragionamenti.
La puntata inizia con la scena in cui Re Davide rientra a Gerusalemme dopo aver vinto la battaglia contro gli Ammoniti. L’agnello viene portato in casa sei giorni prima della Pasqua perché, come dice Re Davide al figlio Daniele, quello è un agnello speciale e “tra cinque giorni lo offriremo in sacrificio per espiare i nostri peccati”. Poi cosparge gli zoccoli dell’agnello con un unguento profumato che lo rende simbolicamente ancora più prezioso. Allora questo essere vivente diventa speciale in quanto perfetto e perché serve per uno scopo, e lo scopo è quello di fungere da tramite in un rituale di purificazione dai peccati. Perciò i peccati che vengono lavati li monda l’agnello, non chi li ha fatti.
Dio ha mandato Gesù per mondare i nostri peccati. Mi chiedo se la sua anima fosse in concerto con Dio anche prima di incarnarsi.
Perché viene offerto in sacrificio un altro essere vivente per i peccati che abbiamo commesso noi? Se i peccati li abbiamo commessi noi stessi, non sarebbe più onesto che il sacrificio fosse il nostro? Credetemi, non metto in discussione i Vangeli e nemmeno la mia Fede, sono solo curiosa di sapere cosa pensano tutti gli altri che sono nell’ambiente da molto prima di me. Ci sono davvero tantissime cose che ancora non capisco e per me è inevitabile pormi delle domande e non riesco ad aspettare di aver studiato l’intera Bibbia o di avere più tasselli del puzzle. So di essere come quelli che vogliono sapere la fine del film dopo aver visto solo 5 minuti.
La domanda che mi faccio è questa: se l’imprinting è stato quello di costringere qualcun altro a espiare i nostri peccati, cosa ha comportato nella struttura mentale dello sviluppo sociale e umano l’idea che non siamo noi a doverci prendere le nostre responsabilità in primis?
Gesù viene mandato da Dio e volontariamente accetta il suo ruolo.
Lui è l’agnello di Dio e con amore e coraggio si sacrifica per amore dell’umanità.
Ma all’umanità non basta. Perché continua a fare le guerre, a compiere atti atroci nei confronti dei propri simili e pure della terra meravigliosa che ci ha prestato Dio.
Prestato, non donato. Dio non ci ha detto di prendere la terra e di devastarla come avevamo in precedenza fatto con suo figlio. Ci ha detto che avremmo governato sulla terra, ma io non credo che questo significasse dividerla in pezzi, di usare dei confini immaginari per fare la guerra, di fare i prepotenti con altre civiltà.
Per come si è successivamente svolta la storia, l’uomo invece lo ha fatto.
Ha continuato a dividere, sottomettere, distruggere.
Non capisco questa parte. Avevamo ricevuto il sacrificio del figlio di Dio e abbiamo continuato a comportarci come prima. Ce lo siamo meritato quel sacrificio?
Tutto quello che è accaduto dopo, le persecuzioni, le guerre, guerre fatte anche in nome di Dio, a me sembrano solo un’offesa a Dio.
Sono passati duemila anni e siamo ancora qui a litigare per le stesse ragioni per cui litigavano allora.
Potere, che si declina in comando, possesso, possedimenti, dominio, supremazia e tutta questa roba che sulla carta non piace a nessuno ma, a conti fatti, dopo la morte di Cristo è ciò che ha continuato a determinare la storia.
A prescindere dalle cause che lo hanno portato in Croce e dal disegno divino che lo ha messo in croce, se sposto l’attenzione dal gesto, quello a cui penso è il rifiuto.
Rifiuto del dono che Dio ha fatto all’umanità, un sacrificio fatto per amore, che è diventato il più grande simbolo d’amore.
Ma in quel momento non è stato un dono gradito da tutti.
Da alcuni del suo popolo ha ricevuto disprezzo; è bastato. Aspettavano da secoli l’arrivo del Messia, ma forse per alcuni questa aspettativa li ha portati a non vedere con occhi aperti e cuore puro e, quando hanno ricevuto in dono il figlio di Dio, si sono comportati come dei bambini che ricevono un regalo diverso da quello che avevano chiesto e lo gettano via. O come facciamo noi, quando riceviamo dalla vita un regalo ma volevamo un’altra cosa e, quella grazia che Dio ci ha fatto, la ignoriamo, la disprezziamo e non siamo riconoscenti.
Ecco cosa continuiamo a fare duemila anni dopo: facciamo ancora la stessa cosa che accadde quando fu scelto di liberare Barabba al posto di Gesù, rifiutando di riconoscere la preziosità di qualcosa o qualcuno solo perché non è quello che rigidamente o ciecamente avevamo in mente.
E invece dovremmo imparare il valore della bellezza, della sorpresa, della gioia nelle piccole cose e a tenere sempre lo sguardo e la mente aperta su ciò che riceviamo, che si mostri a noi incartato e infiocchettato o che arrivi semplicemente da una parola, un sorriso, un gesto di affetto o che sia un cielo terso al mattino, uno sguardo prolungato sulla bellezza di un panorama o la coincidenza perfetta del bus. A volte un dono è una macchina lenta davanti a noi che potrebbe impedirci di arrivare troppo presto a un incrocio, e nemmeno sappiamo che, se siamo arrivati tardi in ufficio, è perché un angelo ci ha salvato la vita.
Comunque sono certa che la risposta ai miei dubbi arriverà in una lezione di catechismo o in un sermone a messa.
Il rituale sacrificale in favore delle divinità era un fenomeno che ritroviamo, con significati diversi, sia nella tradizione ebraica che in molte culture pagane. Per chiedere la grazia, il benestare, il perdono, la benevolenza, purificare, propiziare e altro ancora, capitava che un essere vivente venisse mandato a morte.
Certo che, se studiassi antropologia, queste risposte le avrei senza dover scrivere tutte le mie domande, ma ho deciso di colmare la mia ignoranza lanciando all’universo le domande, invece che studiare per 3 anni una materia che fondamentalmente non ho voglia di studiare o di mettermi a sgozzare sventurati animali. Di conseguenza mi limito a scrivere i miei ragionamenti, esattamente come fanno tutte le persone che si pongono delle domande che restano senza risposta.
Quindi, la mia domanda è questa: in che modo ha interferito o ha favorito il processo di costruzione mentale di un’intera civiltà, aver strutturato la società in modo da considerare normale comunicare con un essere ritenuto superiore, attraverso la morte di un altro essere vivente?
In che modo prendere una cosa che ha creato Dio e ucciderla in suo nome dovrebbe fare felice Dio?
Se io facessi a qualcuno un regalo e questi, per chiedermi un favore, me lo rompesse davanti agli occhi, come la prenderei? Un sospetto ce l’ho.
Se siamo il risultato di miliardi di scelte che hanno portato a vivere in questo presente, e non in uno degli altri molteplici possibili che non si sono concretizzati, lo siamo anche perché è stato scelto di prendere i doni che abbiamo ricevuto e sacrificarli in nome di una pretesa di realizzazione personale.
Quando ho partecipato a dei ritiri sciamanici, mi veniva chiesto di procurarmi dei fiori che poi venivano seppelliti o usati a soli scopi decorativi. Non sono così convinta che il fiore fosse d’accordo.
Recidere un fiore per ringraziare Pachamama mi pare un insulto alla terra che ha fatto crescere quel fiore. Offriamo altro. La bellezza la possiamo creare senza prima reciderla. Non serve forzare la morte per apprezzare la vita.
I semi vanno bene, perché poi crescono. Possiamo usare la resina, se staccarla non danneggia l’albero.
I fiori basta fissarli finché non perdono le foglie, contemplare lo stelo che si muove al vento. Guardarli chiudersi la sera e innaffiarli se hanno sete. Pachamama, a parer mio, sarebbe più gratificata se la osservassimo nel suo splendore invece che dare per scontato che lei apprezzi la recisione prematura delle sue manifestazioni viventi; non ci ha chiesto di farle la ceretta, quelli che le crescono sopra non sono peli superflui. Ma resta ovviamente una tradizione che sicuramente ha senso nel luogo in cui è nata molto più di quanto ne abbia riproposta qui.
Per eseguire i rituali a cui ho partecipato, visto che in inverno non crescono fiori (per lo meno non rintracciabili con facilità), dovevamo comprare fiori coltivati e poi recisi. Per cosa? Per fare dei mandala colorati e poi stare lì insieme a sorprenderci della bellezza della natura e della sua potenza. La potenza nella bellezza la possiamo pure trovare fissando un bosco spoglio o la nebbia che scende la sera. Che bellezza ci può essere nel gioire di un cerchio di fiori che prima erano attaccati al loro stelo e bevevano dal terreno?
L’uomo ha davvero troppo la pretesa di sapere cosa piace alle divinità pur non essendo una divinità.
Dovremmo ricordarcelo quando pensiamo agli altri, quando abbiamo l’arroganza di credere di capire cosa pensano e cosa vogliono.
Difficilmente ci soffermiamo a pensare, o per lo più ne siamo inconsapevoli, di essere prigionieri di una struttura mentale che dipende da secoli di storia e che siamo tutti il frutto di decisioni e abitudini prese nel corso del tempo da altre persone prima di noi.
Se invece che sacrificare la natura alla natura, avessimo sempre rispettato e venerato realmente la natura, adesso forse non dovremmo fare la raccolta differenziata su una terra che è un cumulo di immondizia e non saremmo qui a vantarci di poterci vestire di indumenti fatti con il riciclo dell’immondizia.
Al momento giusto arriveranno le risposte.