L’uomo che serve ai tavoli è vestito di nero

7 settembre 2026
Un locale tutto vetrate illuminato di sera, visto da fuori: persone ai tavoli e al bancone, passanti sul marciapiede

“Sabato mattina viene la donna delle pulizie”.
Ho sentito dirlo da una voce femminile, al telefono, di passaggio sotto la mia finestra.
Mi dà fastidio sentire dare l’epiteto di “donna delle pulizie”.
Perché non c’è un nome per identificare chi pulisce una casa al posto del suo proprietario?
“Collaboratrice domestica” è una persona che ti aiuta a fare delle cose in casa. Perché non c’è un nome soltanto?
Non dici: vado dalla donna che lava, taglia e asciuga, spero bene, i capelli.
Ho telefonato a quello che mi gestisce tutta la faccenda economica.
Ho un appuntamento con quello che prova a curare la gente.
Mi sono messo d’accordo per incontrare l’uomo che consegna i pacchi.
Quello che mi fa pagare la spesa al supermercato non sorride mai.
Se dipendesse da me, chi vende i caffè al bar, dovrebbe essere sempre gentile.
L’uomo che serve ai tavoli si veste di nero.
L’uomo che serve…
Ah, ecco! Ecco dove sta l’inghippo! Ho trovato il tarlo! È la figura di servitore che mette in imbarazzo!
L’idea che si possa avere la servitù è un’idea sconveniente per cui meglio chiamare la persona che viene a casa tua a lavare il tuo gabinetto e a piegarti le mutande: donna delle pulizie. Se non le dai un nome, allora non c’è la vergogna di dover dire che preferisci pagare qualcuno che pulisca il tuo ambiente domestico e frughi tra le tue cose personali (anche se non ha la residenza in casa tua e con cui non hai legami di parentela), piuttosto che farlo tu.
In verità non c’è niente di male a pagare qualcuno per fare qualcosa che non abbiamo il tempo o la voglia di fare, basta ammetterlo. Anche io odio fare le pulizie. Lo detesto così tanto che ho alzato bandiera bianca e ho deciso che preferisco la polvere alla guerra allo sporco.
Ma almeno inventate un nome, e che sia una parola soltanto, per nominare chi pulisce le vostre case.

Sarebbe un gesto di rispetto e riconoscenza (a prescindere da quanto lo paghi, quasi certamente in nero), verso chi si occupa del tuo focolare domestico, al posto tuo.
Di questo ambiente intimo che per migliaia di anni è stato associato a una Divinità, una delle più rispettate e inviolate. Vesta, o in greco: Estia, la dea del focolare; che era talmente sacra e inviolabile che il nome Vestale deriva da lei.
Inviolabile, come il concetto di Domus, di casa, di situazione protetta che associavano al fuoco della sopravvivenza famigliare.
Ma noi dell’intimità, la famosa privacy, la vita privata, ce ne preoccupiamo diversamente.
Abbiamo rinunciato alla difesa dei dati personali. Quelli li ha già tutti il diavolo.
Allora che cosa ci interessa proteggere, dalla condivisione con gli sconosciuti, nella nostra vita, e perché quei settori, a differenza degli oggetti personali e degli spazi di casa, sono importanti?
Che caratteristiche ha cambiato Estia nel corso degli ultimi decenni, da portarci a delegare il ruolo di cura del luogo in cui viviamo con la nostra famiglia, a uno sconosciuto che entra in casa apposta per pulire e poi se ne va? O addirittura che diventa una figura familiare proprio perché viene, prende il nostro sporco e poi va via.
Pensa al lavoro che fai tu. Pensa se dovessero iniziare a chiamarti: la signora che mi ascolta parlare e si fa pagare per aiutarmi; oppure se ti chiamassero: l’uomo che alleva gli animali per farli uccidere; la donna che fa le punture in ospedale; l’uomo che lavora in ufficio e chatta sui social nelle ore in cui è stipendiato per lavorare.
Ti piacerebbe?
E finché non avranno inventato un nome per la signora che pulisce il tuo sporco, per favore chiamala col suo, anche se la telefonata che farai per strada e che tutti ascolteranno, dovesse diventare:
“Sabato mattina verrà Stefania a pulire la mia casa”.
Se ti vergogni a dare un nome alla persona che pulisce casa tua, allora forse dovresti pulire da sola casa tua.

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