Uscirei a camminare adesso, con gli animali del turno di notte, sperando che non siano quelli grossi. Temo più la possibilità di imbattermi in un uomo piuttosto che in un capriolo o in un rapace dal verso buffo, di quelli che sento con le finestre aperte quando lavoro fin dopo mezzanotte. Alle 2:30 non sento più nemmeno gli uccelli; ci sono solo i grilli, il buio, il silenzio, e l’odore di terra, a rendere le notti estive perfette per chi ama la solitudine.
Un teatro in cui cala il sipario e il primo atto si conclude con la scena in cui l’eroe ha affrontato i nemici. Il secondo atto inizia nell’oscurità e ci trasporta in un mondo dove possono restare svegli solo coloro che non hanno paura di immaginare. Chi teme di affrontare la propria immaginazione abbastanza a lungo da imparare a usarla, e sentirsi a proprio agio con essa, sarà destinato a un sonno profondo.
Guardo nel buio; senza esitare muovo un passo, poi un altro ancora.
Lo spazio è più grande rispetto a quando mi trovo a camminare di giorno.
Se gli occhi non vedono, allora non sanno.
Smettono di arrivare stimoli e la mente attinge a quello che ha. O si arrende e si svuota.
Non serve concentrarsi per fingere di essere in un altro posto, perché si è davvero, in quel posto.
Non se ne abbia a male nessuno, se preferisco la solitudine al pettegolezzo, la notte buia alle luci di un locale in cui ascoltare storie di irrilevante quotidianità. Se non mi interessano i dettagli di quelle parole che sono come stucco che riempie buchi che dovrebbero restare vuoti. Non costringetemi a entrare nella vostra testa solo perché non volete lasciarla da sola.
Voglio svuotarmi nel silenzio, di notte, di giorno.
Voglio essere vuota, per poter tornare piena.