Perdere il vero amore

1 ottobre 2026

Era già previsto che l’accampamento degli arcieri fosse nel giardino della Villa. Io non lo sapevo: pensavo che ci avrebbero sistemati vicino alla chiesa, come ricordavo da quella volta in cui ero andata in paese con mio figlio ancora bambino. Quella sera saremmo dovuti uscire di ronda, ma non sapevo che il ritrovo per la partenza fosse proprio accanto alla locanda dello zio del Conte, dove era momentaneamente ospite mio figlio. Ero già in divisa, pronta per andare, quando ho ricevuto la posizione dell’accampamento e ho capito che era a pochi metri da lui.
Non riuscivo a respirare. Se il Conte avesse voluto, avrebbe potuto approfittarne per tenermi lontana dal mio bambino ancora più a lungo, forse per sempre. Avevo paura.
Avrei dovuto rinunciare a una cosa che aspettavo di fare da tanti anni per non rischiare di perdere mio figlio definitivamente? Mi trovavo di fronte a un conflitto e al senso di colpa: se ci vado e metto a rischio tutto, sono una pessima madre. Se non rinuncio anche a questo, cosa succede? Mi hanno già portato via mio figlio, sto per restare senza casa, e adesso, devo rinunciare al mio arco?
Allora ho scritto al Conte e ho affidato a lui la responsabilità di decidere.
Mi ha dato il benestare. Sono andata.
Ho sfilato con un abito in prestito e un paio di scarpe tre numeri più grandi, pensando spaventata a cosa avrebbe pensato mio figlio, ma cercandolo discretamente con lo sguardo tra la folla.
Mentre camminavo in corteo per il viale alberato, orgogliosa di avere il mio arco in mano, ho alzato gli occhi e, nel buio della notte, ho visto una croce illuminata, quella sul tetto della chiesa. L’ho seguita con lo sguardo e la paura è svanita.
Il giorno dopo ho sfilato di nuovo, anche in quel caso chiedendo prima al Conte il permesso. E lui, che ama avere il potere di decidere della mia vita, non ha potuto non concedermi la grazia di andare.

Quel sabato sera, mentre tiravo qualche freccia contro i paglioni, prima del rancio, ho sentito chiamare «mamma».
Per più di quattordici mesi, ogni volta che ho sentito chiamare «mamma», mi si è annerito un pezzo di cuore, perché sapevo che a dire quella parola era il figlio di un’altra.
Mi sono girata e dietro la rastrelliera, al di là della rete, c’era mio figlio che chiamava proprio me.
Ho appoggiato l’arco e sono corsa da lui.
L’ho riabbracciato dopo quasi quindici mesi.
Posso immaginare ciò che pensi, ma non ho fatto niente di male. Hai presente quelle separazioni in cui i figli vengono usati per nuocere all’altro genitore? Quindi non posso parlare di niente. Mio figlio sta crescendo come se avesse una madre morta perché a qualcuno fa più comodo così.
Dio ha un piano, lo so, e mi fido, ma resistere è durissima.
Ho sempre sentito affinità con la mitologia greco romana, da prima che parlare di archetipi diventasse di moda (la mia amica delle medie può testimoniare che era la sola materia che avrei voluto fare tutti i giorni). Fino a meno di un anno fa difendevo Demetra, la madre che aveva reso sterile la terra perché nessuno voleva dirle dove fosse la figlia rapita. Io, che non avevo nessuna conoscenza dei Vangeli, trovavo assurdo che Maria non avesse difeso il figlio dalla crocifissione. Non sapevo niente e giudicavo quello che avevo visto centinaia di volte rappresentato solo nei dipinti.
Solo quando ho capito che Maria stava donando suo figlio all’umanità e così facendo è diventata madre di tutti gli uomini, compresi quelli che avevano condannato il figlio a morte, ho percepito Dio dentro di me. Io, che non vedevo mio figlio da mesi, ho pianto pensando alla madre più famosa del mondo, che ha tenuto tra le braccia il corpo morto del figlio che ha salvato il mondo.
Credo che il giorno in cui ho sentito la Madonna accanto a me sia stato lo stesso giorno in cui ho davvero capito Dio.
È stata lei ad accompagnarmi in chiesa il giorno in cui ho deciso di farmi battezzare.
Nei mesi successivi mi sono rivolta spesso a Maria per chiederle sostegno nei momenti di desolazione più nera. È stato dopo il mio cinquantesimo compleanno, mentre pregavo in ginocchio davanti alla Madonna di Loreto, dopo aver seguito sei messe in tre giorni, che i pensieri dentro le mie preghiere sono cambiati. La fissavo splendere in quella piccola, intima chiesa, e ho improvvisamente smesso di chiederle di starmi accanto e coccolarmi come una madre.
Le ho chiesto se potevo stare io accanto a lei, per imparare stando alla sua presenza, e aiutarla in qualsiasi cosa volesse che io facessi.
Le ho chiesto di vegliare su mio figlio al mio posto, in attesa di poter di nuovo fargli io da mamma. Fino adesso non ho potuto farlo: il Conte e il suo entourage non vogliono. Ho dovuto chiedere aiuto al Re, che sta indagando per capire perché il Conte mi abbia estromessa.
Il Conte vuole la mia armatura. Mi ha portato via la persona più importante per rendermi la vita miserabile. Mi ha scritto una missiva in cui mi dice che mi devo accontentare di averlo partorito.

Mi domando ancora quale sia il disegno di Dio.
Sono stremata. Sto lottando contro nemici subdoli che hanno usato mio figlio per mostrare il loro potere. Ma adesso ho chi mi difende nella lotta, tra le schiere del Re.
Sto vivendo l’esperienza di vivere intensamente la consapevolezza di sentire cos’è la cosa più importante: mio figlio e l’amore per lui. Sembra un’affermazione ovvia per tutti i genitori che danno i figli per scontati. Anche io lo davo per scontato; dopotutto è mio figlio.
Ma il giorno in cui te lo portassero via, non perché sei un genitore indegno ma perché qualcuno vuole vendicarsi di te o dimostrare di avere il potere di giocare con la tua vita, allora quel giorno ti troverai a guardarti allo specchio, a domandarti se sei la persona orrenda che tutti vogliono dimostrare che tu sia. Guarderai i tuoi occhi e dubiterai, visto che tutti, persino tua madre, si stanno scagliando contro di te. È ciò che mi è successo. Mi sono trovata in mezzo a due fazioni: da una parte chi mi odiava, dall’altra chi mi amava. E io, che sapevo di non avere le colpe di cui mi accusavano e che stavano usando per allontanarmi da mio figlio, mi sono guardata a lungo negli occhi e ho ripensato a tutta la mia vita e a ogni scelta che ho fatto.
Mesi e mesi a riflettere ossessivamente per cercare le prove delle azioni dolose perpetrate nei miei confronti e nei confronti di mio figlio. Mia madre, che invece che stare dalla mia parte, per poter continuare a vederlo, ha fatto il giuoco del Conte.
Stai dando tuo figlio per scontato? Posso garantirti che nessuno, a meno che non si sia trovato nella posizione di rischiare di perdere un figlio o non l’abbia davvero perso, può capire davvero cosa significhi sognarlo ogni notte e poi aprire gli occhi al mattino e capire che l’incubo è essere svegli.
Smetti di lamentarti di ciò che hai, se davvero ci tieni, perché un giorno potresti svegliarti e non averlo più.
Io ho capito cos’è l’amore vero.
Pochi giorni fa mi hanno chiesto di collaborare col Conte, che per anni ha avvelenato l’acqua del mio pozzo, per poter dimostrare il suo inganno.
Devo farlo per il mio bambino.
Dio mi vuole davvero forgiare del metallo più resistente del regno, se ha deciso che per diventare fortissima devo collaborare con la persona che mi ha tenuta lontana da chi amo di più per tanto tempo.
Non riesco a vedere il disegno. Forse devo imparare ad amare veramente, forse devo imparare a disintegrare il mio orgoglio, il mio ego, tutto quello che rappresenta un qualsivoglia ostacolo per raggiungere l’obiettivo più alto: l’amore incondizionato, quello per cui sei disposta a fare davvero ogni cosa necessaria per la persona che ami e amerai per sempre.
In tutti questi mesi ho pensato tanto a tutta la mia vita. Non che io non l’avessi mai fatto, ma la prospettiva è cambiata.
Ho spostato la mia posizione continuamente, per cercare nuove inquadrature che mi ponessero di fronte a nuove possibilità di comprensione.
Lo ammetto, ci sono stati momenti in cui non sentivo il sangue scorrere nelle mie vene. Anche oggi mi sento sfinita. Subire la cattiveria mi fa stare male. Stare da sola a combattere, è durissima.
Il figlio è mio, le persone che mi vogliono bene hanno le loro vite. Sono solo io che si sta perdendo l’adolescenza del figlio e deve combattere per riaverlo.
Domani è un altro giorno, giusto? Salirò in piedi sul tavolo e sono certa che Dio mi farà avere il suo messaggio.

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Dalla stessa stanza