Finalmente sono un’arciera.
Mi sono iscritta ufficialmente. Se è vero che ogni cosa arriva quando è il suo momento, posso dire di aver aspettato 35 anni per questo.
Non so perché io abbia cincischiato tanto.
È strano, mentre scrivo, ogni frase breve che digito mi pare contenga un discorso lungo ore, pieno di parole e contenuti, ma che non serva dirle tutte perché basta pensare a quelle poche parole per capire tutto.
Come per le poesie. Leggi una riga, fai una pausa e ti pare di aver capito ogni cosa.
Infatti è così, perché meno sono dettagliati i discorsi più possiamo usarli come gancio per essere liberi di pensare ciò che la nostra mente liberamente va a cercare, che è ciò di cui in quel momento ha bisogno.
Ieri sera stavo sfilando alla parata della rievocazione storica, con un paio di stivali in prestito di tre numeri più grandi, perché non li ho ancora miei, delle frecce prestate, perché le mie non le ho ancora fatte e, camminando dentro le scarpe di qualcun altro, non facevo che pensare a mio figlio. Mi domandavo se fosse nei paraggi, se mi stesse guardando, se quel momento che avevo atteso per tutti quegli anni mi avrebbe fatto perdere la causa e lui, per sempre.
Mi chiedevo in silenzio, un passo incerto dopo l’altro, ma mosso con fierezza e cuore pieno di amore, se volermi liberare della paura e prendere in mano la mia vita e smettere di essere la vittima di qualcuno, mi avrebbe definitivamente portato via la persona che amo di più. In quel momento, mentre camminavo lungo il vialetto alberato, a fianco delle mie compagne, ho alzato lo sguardo in alto e, tra le foglie degli alberi, ho visto una piccola croce sospesa. Luminosa e bianca, la croce del campanile. L’ho fissata per qualche metro e ho sentito che era arrivata la risposta. Non ho sbagliato.
Durante il momento del giuramento all’Imperatore, tra gli arcieri, gli armigeri e tutti i personaggi in costume che erano intorno a me, la croce era in alto, sopra la testa del Re. Sembrava una scena di un film vissuto in soggettiva.
Mio figlio non l’ho visto. Era a pochi metri da me ma non ci siamo incrociati.
Ieri pomeriggio, poco prima di prepararmi per andare alla serata di apertura, ho scoperto che l’accampamento era proprio vicino a dove lui lavora per la festa. Mi è venuta l’ansia, la paura di rovinare tutto se mi fossi permessa di fare qualcosa a cui tengo. Mi sono sentita in colpa per aver considerato di andarci comunque, rischiando di mettere in pericolo l’esito del processo.
Di nuovo ero nella condizione di dover scegliere se sacrificare tutto per il bene assoluto e perdere un altro pezzo di me.
Alla fine sono andata, perché non ho organizzato io le cose così, non è un mio piano diabolico orchestrato per finire vicino a lui. Se è capitata questa situazione allora forse è un’altra prova che devo superare, o è davvero stato Dio a mettermi in questa situazione e poi a dirmi di guardare in alto per ricordarmi quanto è immenso il cielo e che tutto gira intorno a me e con me. Perché è vero che ruota tutto intorno a noi, intorno al nostro centro, a quel sole che cerca il punto più alto per brillare. E io voglio sentirmi di luce, non voglio più avere paura.
Quando sono sul campo, con le gambe leggermente divaricate, l’arco in mano e la schiena completamente dritta, il braccio teso, quello è il momento in cui spezzo la mia croce. Ogni volta che le dita si allentano, rilasciando la corda, e sento la freccia conficcarsi, si lacera qualcosa che deve separarsi. La lacerazione tra il mio corpo e la croce avviene quando la schiena si apre, la freccia incoccata si stacca e in pochi secondi raggiunge il bersaglio.
In quel momento io divento IO.
Ogni volta il mio cuore si alleggerisce, mi avvicino al mio obiettivo, qualunque sia. Nel momento in cui sono lì, se non sto concentrata il bersaglio non mente: quando vado a riprendere la freccia diventa evidente che nel gesto del tiro non c’era allineamento tra corpo, mente e cuore.
La freccia non è solo l’intento, la freccia diventa l’io dinamico che mi mostra oggettivamente quale fosse il mio stato interiore nell’istante in cui ho lasciato andare.
Devo imparare a rilasciare, liberarmi dei fardelli, di tutti i pesi che sto portando, e salire sulla cima anche se c’è vento. Per sentirmi piena, intera.