Fede e stelle: possono convivere?

25 luglio 2026

Sul mio comodino convivono due libri: un vangelo consumato dagli anni e un’agenda di effemeridi con le orecchie alle pagine di agosto. Chi mi conosce da poco resta sorpreso; chi mi conosce da sempre non ci fa più caso.

Questo articolo è la risposta lunga a una domanda che mi viene fatta spesso — a volte con curiosità, a volte con sospetto: come fai a tenere insieme le due cose?

Due linguaggi, una domanda

La fede e l’astrologia, per come le vivo io, non rispondono alla stessa domanda. Una parla del perché, l’altra del quando. Una mi orienta verso qualcosa di più grande; l’altra mi aiuta a leggere le stagioni della mia vita con un vocabolario di simboli antichi.

Il cielo non decide al posto mio. Mi ricorda soltanto che non sono io il centro.

Non chiedo alle stelle di dirmi cosa fare. Le guardo come si guarda un calendario dei lavori in campagna: non comandano il raccolto, ma suggeriscono quando seminare e quando lasciare riposare la terra.

Quello che ho lasciato andare

Ho smesso da tempo di cercare previsioni. Gli oroscopi da rivista, i responsi secchi, il futuro in dieci righe: non mi somigliano più. Quello che è rimasto è una pratica di attenzione — al cielo, alle stagioni, a me stessa — che convive serenamente con la preghiera.

Forse è tutto qui: due finestre diverse sulla stessa stanza. Da una entra la luce del mattino, dall’altra quella della sera. Non ho mai sentito il bisogno di murarne una.

Come è cominciata

Mia nonna teneva il rosario nel primo cassetto del comò e, nello stesso cassetto, un almanacco con le fasi lunari che consultava prima di seminare il basilico. Non le ho mai sentito dire che le due cose fossero in contraddizione, e credo di aver ereditato da lei più questo che qualsiasi contenuto: l’idea che si possa stare in ascolto su più frequenze senza doverne spegnere nessuna.

Da ragazza ho attraversato una fase in cui volevo che tutto tornasse. Cercavo un sistema che spiegasse ogni cosa, e per un po’ ho creduto che dovesse essere uno solo. È durata finché non mi sono accorta che i sistemi che spiegano tutto, di solito, spiegano male: hanno bisogno di forzare i dettagli che non entrano, e i dettagli che non entrano sono quasi sempre le persone.

Ho smesso di cercare la coerenza e ho cominciato a cercare l’onestà. Sono due cose diverse. La prima chiede che le mie idee vadano d’accordo tra loro; la seconda che vadano d’accordo con quello che vivo davvero. Quando ho scelto la seconda, molte tensioni si sono sciolte da sole.

Che cosa faccio, in concreto

La mattina, prima che la casa si svegli, leggo qualche riga e resto in silenzio. Non chiamo sempre preghiera quello che succede in quel quarto d’ora: certe volte è solo attenzione, il tentativo di non entrare nella giornata di corsa. Ma è lì che le decisioni prendono forma, e quasi mai sono decisioni che avrei preso alle tre del pomeriggio.

La sera, quando capita, guardo che cielo c’è. Segno sul quaderno le lune, i passaggi che mi riguardano, e ogni tanto rileggo indietro. Non per verificare se ci avevo preso — non è un gioco di previsioni — ma per accorgermi delle ricorrenze: i periodi in cui mi chiudo, quelli in cui riprendo a scrivere, le stagioni in cui litigo con tutti e quelle in cui perdono facilmente.

Da qualche anno tengo anche una regola semplice: non prendo mai una decisione importante basandomi solo su uno dei due linguaggi. Se una cosa mi sembra giusta nella preghiera ma mi terrorizza ogni volta che la guardo con lucidità, aspetto. Se un transito promette bene ma la cosa mi fa sentire meschina, lascio perdere. Il punto di incontro è raro, ed è esattamente per questo che mi fido quando arriva.

Le obiezioni che mi fanno

La prima me la fa chi ha fede: che l’astrologia sia una forma di superstizione, e che affidarsi agli astri significhi togliere qualcosa a Dio. La capisco, e la prendo sul serio più di quanto immagini. La mia risposta è che non affido niente agli astri: non chiedo loro il permesso e non li considero una causa. Li leggo come si legge un calendario, che non decide il tempo ma aiuta a stare nel tempo.

La seconda me la fa chi di fede non ne ha: che sia tutto un modo elaborato per raccontarmi delle storie. Anche questa la capisco. Ma le storie non sono l’opposto della verità — sono il modo in cui gli esseri umani reggono quello che non si lascia misurare. Il punto non è se il simbolo sia letteralmente vero; è se mi rende più attenta, più giusta, più capace di stare accanto a qualcuno. Se un simbolo mi rende peggiore, lo lascio.

La terza obiezione è la più difficile e me la faccio da sola, di solito nei periodi in cui va tutto storto: e se stessi solo cercando un ordine perché il disordine mi spaventa? Non ho una risposta definitiva. So che quando la domanda arriva è meglio non zittirla, perché è quella che mi tiene onesta.

Dove sto adesso

Non ho una sintesi elegante da offrire, e diffido di chi ce l’ha. Ho una pratica quotidiana fatta di poche cose ripetute: il silenzio del mattino, il quaderno della sera, il tentativo di non decidere quando sono stanca. Il resto — le teorie su come le due metà stiano insieme — mi interessa sempre meno con gli anni.

Quello che è rimasto, e che scriverò qui dentro nei prossimi mesi, non sono conclusioni: sono appunti presi mentre cammino. Se ti somigliano, siamo in buona compagnia; se non ti somigliano, forse ti servono per capire perché.

Dalla stessa stanza